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RICORDI di Anny Tormene Pesiri

Era il 1996, tornavo a casa dal lavoro. La solita strada, Piove di Sacco, Ponte San Nicolò, Legnaro, Saonara...

Era il 1996, tornavo a casa dal lavoro. La solita strada, Piove di Sacco, Ponte San Nicolò, Legnaro, Saonara...
Ed è stato a Saonara che, ascoltando la solita radio, qualcosa mi ha fatto fermare. Era in corso 
un’intervista ad un tale, Bonifazi si chiamava. Parlava di una gita in bicicletta fatta con amici nell’Est dell’Europa, di una sosta per la cena a Gomel, in Bielorussia, dell’incontro casuale con i medici del Reparto di Oncologia pediatrica e della visita in ospedale a cui quei medici li avevano invitati. Raccontava di quanto il vedere la sofferenza e la povertà, ma anche la dignità di quei bambini ammalati di cancro, li avesse sconvolti. Raccontava che da quel momento il loro viaggio aveva perso il significato della vacanza ed era continuato come momento organizzativo di quello che si riproponevano di fare una volta tornati in Italia, a Terni dove abitavano. All’arrivo avevano costituito il primo gruppo italiano di ospitalità ai bambini bielorussi vittime della tragedia di

Chernobyl. Era passato qualche anno, avevano creato un’associazione che si chiamava “Aiutiamoli a Vivere” e adesso aiutavano altri gruppi di persone che volessero fare lo stesso.

Ferma in macchina a lato della strada, annotavo numeri di telefono e istruzioni sul da farsi. Non bastava dare la disponibilità ad ospitare un bambino. Bisognava costituire un Comitato di almeno 15 famiglie disposte ad accogliere i bambini, raccogliere dei fondi, trovare posto per gli accompagnatori dei piccoli ospiti, dare una serie di garanzie di attendibilità perché il Comitato per la

tutela dei Minori è (fortunatamente) molto severo.

Non è stato facile, ma ce l’abbiamo fatta. Come me, altri ricordavano l’ansia per i figli piccoli nei giorni subito dopo la tragedia. Ricordavano la paura di bere acqua inquinata, latte inquinato, la paura di dare questo latte ai nostri bambini, la paura un po’ di tutto, anche perché per molti giorni non avevamo ricevuto informazioni chiare. Ricordavano la pioggia radioattiva del 1° maggio 1986, quando tutti ci eravamo fatti sorprendere fuori, a festeggiare la giornata dei lavoratori o semplicemente l’arrivo, finalmente, della bella stagione. E non a caso, il primo gruppo, il primo comitato di famiglie, si formò tra genitori di bambini che per la maggior parte erano nati negli ultimi anni 80. Ospitammo allora una ventina di bambini, tra S. Vito di Vigonza e Noventa Padovana.

Prima di vederli, di loro non sapevamo ancora niente, nemmeno, a volte, il nome. Ricordo il primo appello per affidare ogni bambino alla “sua” famiglia. Eravamo davanti all’autobus che li aveva portati a S. Vito da Forlì, dove era atterrato il loro aereo. Ricordo il visino minuto di Julia, la bambina di 12 anni che ci venne affidata. E ricordo i visi degli altri, tutti timorosi. Portavano con sé

poco o nulla, spesso solo quello che avevano addosso. Quando ci mettemmo a tavola la sera, Julia manifestò grande stupore: a casa sua non si mangiava due volte al giorno! Ricordo di un bambino di 8-9 anni che, ogni volta che riceveva qualcosa da mangiare, si nascondeva da qualche parte in giardino per mangiarselo di nascosto, convinto che qualcuno potesse arrivare a portarglielo via. Ricordo l’ospitalità meravigliosa che le maestre e gli allievi della scuola elementare di Noventa, la Galileo Galilei, diedero ai piccoli ospiti, e come Valerio, il “sonnifero pestifero” di S.Vito, li accompagnasse ogni giorno a scuola sul minibus messo a disposizione dal Comune di Vigonza. E le visite pediatriche al Consultorio di Peraga, per valutare se c’era qualcosa di utile che potessimo fare per i bambini, le ecografie fatte grazie alla generosità dei radiologi dell’ospedale di Piove di Sacco. Ricordo l’incredibile linguaggio inventato, un misto di italiano, russo e altre parole assolutamente di fantasia, con cui Julia e mia figlia Anita (che aveva all’epoca 8 anni) si parlavano comprendendosi alla perfezione, anche la sera, al buio, quando dormivano nei loro lettini a castello. Legarono tanto loro due, tanto che l’amicizia con Julia costò a mia figlia quella con le sue “amiche del cuore”, che si sentirono trascurate e la misero da parte. Questa esperienza costava qualcosa atutti noi, ma molto di più era quello che ci regalava. Ricordo il momento peggiore: quello della partenza, perché tanto, troppo ci eravamo affezionati a quei bambini, e lasciarli andare non fu facile. Ma, tra le lacrime di tutti, partirono, ed era giusto così. Julia ha oggi 22 anni e una bambina di un anno e mezzo. Sono nonna? No, non direi, ma qualche volta mi sento un poco come se lo fossi.